Impastare la farina con il cielo
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L’architettura come identità, paesaggio e lascito nel progetto Pastificio Felicetti
A Predazzo, nel cuore della Val di Fiemme, a due passi dalla foresta degli “abeti armonici”, il nuovo stabilimento Felicetti, progettato da RWA_Ruffo Wolf Architetti, si misura con una delle sfide più complesse dell’architettura industriale contemporanea: costruire un’infrastruttura produttiva capace di dialogare con un paesaggio alpino di straordinaria intensità, senza mimetismi né forzature. Il risultato è un edificio che non interpreta il territorio come semplice sfondo, ma come materia viva del progetto.
Ne abbiamo parlato con Riccardo Felicetti, Amministratore Delegato dello storico pastificio di famiglia, e con Ruffo Wolf, Director di RWA Architettura della Produzione in Lombardini22, che ne ha firmato il progetto architettonico, per capire come uno stabilimento industriale possa diventare insieme dispositivo produttivo, gesto di responsabilità territoriale e lascito per le generazioni future.

Riccardo, la vostra azienda è legata a Predazzo dal 1908. Perché, nel 2012, avete sentito l’esigenza di una trasformazione architettonica così importante?
Riccardo Felicetti: Per noi l’“intorno” è sempre stato parte integrante dell’“interno”. Siamo nati e cresciuti in una comunità montana, dove il rispetto dei ruoli, la qualità delle relazioni e il legame con il contesto non sono elementi accessori, ma condizioni essenziali del vivere e del lavorare.
Lo stabilimento storico si era formato nel tempo per addizioni successive, dal 1908 ai primi anni Duemila, e portava con sé tutta la frammentarietà di questa crescita. A un certo punto è diventato chiaro che fosse necessario rimettere ordine. Ma non si trattava soltanto di migliorare l’efficienza logistica o produttiva: volevamo che questo nuovo ordine restituisse coerenza al nostro modo di stare in questo luogo, nel rispetto del territorio e delle persone che, ogni giorno, contribuiscono alla nostra forza lavoro e alla nostra reputazione.
Come si progetta per una famiglia che porta con sé oltre un secolo di storia?
Ruffo Wolf: Si comincia ascoltando. Il mio primo passo è stato, in un certo senso, il silenzio: comprendere il carattere della famiglia, assorbirne il ritmo, intercettare ciò che nel loro racconto non era semplicemente comunicazione, ma sostanza.
Quando si lavora per una famiglia — e non per un fondo d’investimento anonimo — la prima cosa che si costruisce è un rapporto di fiducia. È una materia progettuale tanto quanto il cemento, il vetro o l’acciaio. A un certo punto ho letto la frase che compare sui camion Felicetti, “Impastiamo la farina con il cielo”, e ho capito che lì c’era una chiave fondamentale. Non era uno slogan: era una dichiarazione di identità.
Il progetto nasce da questa consapevolezza. L’obiettivo non era inserire un edificio produttivo in un contesto delicato cercando poi di attenuarne la presenza con espedienti di “mitigazione”. Questo tipo di approccio, spesso, presuppone che l’architettura sia un problema da nascondere. Qui volevamo l’esatto contrario: costruire un dialogo coerente, misurato, capace di assumersi con dignità la propria presenza nel paesaggio.
Uno degli elementi più sorprendenti del progetto è il grande magazzino interrato. Quanto ha contato questa scelta nel rapporto con il contesto?
Riccardo Felicetti: Ha contato moltissimo. Abbiamo interrato per circa sette metri un magazzino alto oltre venti, affrontando un’operazione ingegneristica molto complessa, anche per la vicinanza di un torrente e della falda acquifera. È stata una scelta impegnativa, ma necessaria.
Non rispondeva a un’esigenza puramente tecnica: era un gesto preciso nei confronti del territorio. Volevamo ridurre l’impatto visivo dell’edificio sulla via principale della valle e mantenere una proporzione più rispettosa con le dimensioni del paesaggio montano. In un contesto come questo, la scala non è mai un dettaglio. È una forma di responsabilità.
La facciata è uno degli aspetti più riconoscibili del progetto: come nasce il suo disegno?

Ruffo Wolf: La facciata è costruita come una sequenza di grandi elementi in cemento armato prefabbricato, che abbiamo chiamato monoliti. Ci interessava lavorare con una materia pesante, quasi geologica, ma evitando qualsiasi effetto di staticità o opacità percettiva.
Per farlo, abbiamo introdotto due livelli di articolazione. Il primo è geometrico: i monoliti presentano inclinazioni di 11 e 22 gradi, che riprendono le linee della falesia antistante. Il secondo riguarda invece la pelle superficiale, modellata con micro sfaccettature ottenute attraverso matrici siliconiche posizionate a fondo cassero di prefabbricazione.
Questa lavorazione crea variazioni di spessore minime sulle superfici, circa cinque centimetri, che sono nulla rispetto all’altezza dei monoliti ma sufficienti per modificare il modo in cui la luce incontra il materiale nel corso della giornata: il sole scorre sulla facciata generando ombre, vibrazioni e profondità sempre diverse. In questo modo, elementi per loro natura massivi e statici acquistano una qualità quasi mobile, atmosferica. Era un modo per far sì che l’edificio, pur mantenendo una forte presenza materica, restasse in dialogo continuo con la variabilità del paesaggio alpino.
In questo progetto, l’architettura industriale sembra misurarsi non solo con la produzione, ma anche con una precisa idea di eredità. Che cosa rappresenta questo stabilimento per la famiglia Felicetti?
Riccardo Felicetti: Per noi rappresenta un lascito. Mi piace pensare alla nostra storia come a una staffetta: noi siamo il quarto corridore, e il nostro compito non è fermarci sul traguardo, ma consegnare qualcosa di solido a chi verrà dopo.
Questo stabilimento non nasce da una pulsione megalomane. È, piuttosto, la nostra “roba”, nel senso più alto del termine: un’eredità concreta, costruita con la consapevolezza che dovrà durare nel tempo e continuare a parlare per noi anche in futuro. Per questo abbiamo voluto spazi vivibili, luminosi, con grandi vetrate — una scelta insolita in ambito industriale — perché il rispetto per il lavoro passa anche dalla qualità dell’ambiente in cui quel lavoro si svolge ogni giorno.
C’è poi un tema che attraversa tutto il mondo alimentare: il rapporto tra memoria e innovazione. Come lo affrontate?
Riccardo Felicetti: Nel settore del cibo, la memoria viene spesso presentata come l’antagonista naturale dell’innovazione. C’è un immaginario molto forte legato all’idea del “cibo della nonna”, e questo ha certamente un valore affettivo e culturale. Ma può diventare un limite, se ci impedisce di accettare il presente.
Noi non crediamo nella staticità. Crediamo che identità e contemporaneità possano convivere, anzi debbano farlo. Comunichiamo chi siamo attraverso un prodotto attuale e attraverso uno stabilimento altrettanto contemporaneo, progettato per essere modulare, adattabile, capace di restare pertinente anche tra dieci, quindici o vent’anni. Per noi innovare non significa tradire la memoria, ma metterla nelle condizioni di continuare a vivere.
Nel progetto Felicetti, l’architettura industriale abbandona ogni idea di neutralità per assumere un ruolo più ampio: dare forma a una visione imprenditoriale, interpretare un paesaggio, costruire un’eredità. A Predazzo, tra la materia del cemento e la leggerezza della luce, tra la logica della produzione e la misura della montagna, lo stabilimento diventa così un gesto di appartenenza.
DI OGNUNO
Dal progetto DI OGNUNO (scopri di più sulla Reception di Ognuno), nato da un’iniziativa di HospitalityRiva in collaborazione con Lombardini22 con Village for all - V4A® Ospitalità Accessibile, nasce un documento digitale che accompagna in un viaggio nel mondo dell’ospitalità accessibile e della progettazione universale nel settore dell’accoglienza, alla ricerca di risposte e soluzioni per la creazione di spazi e servizi che rispondano alle esigenze DI OGNUNO.
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