L’autore collettivo
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Per molto tempo abbiamo letto l’architettura come si legge un’opera d’arte: attraverso la riconoscibilità di una mano. Uno stile coerente, una grammatica ripetuta, una firma capace di attraversare progetti diversi mantenendo la stessa identità. Guardando un edificio si doveva poter risalire al suo autore.
Oggi però questo meccanismo funziona sempre meno. Non perché manchino buoni architetti, ma perché sono cambiati gli edifici e, soprattutto, quello che chiediamo loro. Non devono soltanto occupare uno spazio o costruire un’immagine, ma gestire una quantità crescente di relazioni: ambientali, energetiche, economiche, sociali e tecnologiche. Devono durare nel tempo, adattarsi, funzionare con utenti diversi e con modalità d’uso imprevedibili. In altre parole, un edificio contemporaneo è meno un oggetto e più un sistema di comportamenti. Quando il problema diventa questo, l’idea dell’autore solitario inizia inevitabilmente a perdere centralità. Non perché venga meno la qualità progettuale, ma perché cambia la natura del progetto: la forma non è più il punto di partenza, è il risultato di un equilibrio. L’architettura non è più soltanto disegno, ma coordinamento.
Da qui nasce anche un equivoco piuttosto diffuso. Gli studi molto strutturati vengono spesso percepiti come meno autoriali: troppe persone, troppe competenze, troppi ambiti diversi perché possa esistere una vera identità.
È un riflesso di una visione novecentesca, quando la riconoscibilità coincideva con la ripetizione di un linguaggio formale. Oggi però la coerenza non si misura nella somiglianza tra edifici, ma nella qualità delle relazioni che riescono a costruire.
Un caso interessante in questo senso è quello di Lombardini22. Non tanto per la dimensione - ormai comune a molte realtà internazionali - quanto per la struttura: business unit diverse che lavorano contemporaneamente sullo stesso progetto, dalla progettazione architettonica agli interni, dalla ricerca sui comportamenti alla gestione dello spazio. In un modello simile la forma non può essere difesa come gesto individuale, deve emergere da un processo condiviso.
L’autorialità allora si sposta. Non scompare, ma cambia posizione: dallo stile al metodo.
Si riconosce meno nelle facciate e più nell’esperienza d’uso. Negli spazi che si orientano da soli, negli ambienti che continuano a funzionare dopo anni, nei luoghi di lavoro che diventano luoghi di comunità. Non sono effetti spettacolari, ma qualità persistenti. La firma non è grafica: è comportamentale. In un sistema progettuale complesso le competenze non lavorano in sequenza ma nello stesso momento, e la forma finale diventa sintesi piuttosto che origine. L’identità non deriva da un’estetica ripetuta, ma dalla capacità di leggere ogni contesto prima di disegnarlo. Il progetto non si impone sulla realtà: si accorda ad essa.
Quando questo avviene, produce un effetto particolare nella città. Gli edifici sono meno immediatamente iconici ma più riconoscibili nel tempo. Non chiedono attenzione, la trattengono. Funzionano senza spiegazioni e proprio per questo diventano familiari.
Osservando la città negli anni si capisce infatti che a durare non sono sempre gli edifici più spettacolari, ma quelli più aderenti: progetti in cui forma e funzione non sono compromessi reciproci ma conseguenze dello stesso ragionamento. Questa aderenza raramente nasce da una visione isolata; nasce piuttosto da un processo capace di interpretare la realtà prima ancora di rappresentarla.
Ed è qui che succede qualcosa di inatteso. Perché, col tempo, anche gli edifici progettati in questo modo iniziano a essere riconoscibili. Non attraverso dettagli ripetuti o forme uguali, ma attraverso un atteggiamento comune: il rapporto con lo spazio pubblico, la misura degli interni, la chiarezza dei percorsi, una naturalezza d’uso che ritorna da progetto a progetto.
Accade anche con Lombardini22. Pur partendo da presupposti opposti all’architettura di firma tradizionale, i loro edifici finiscono per essere identificabili. Non sembrano appartenere allo stesso linguaggio, eppure appartengono allo stesso modo di stare nella città.
È una riconoscibilità che arriva dopo, non prima.
Non nasce da uno stile imposto, ma da un metodo applicato con coerenza. In questo senso l’autorialità non scompare: cambia percorso. Non precede il progetto - emerge come conseguenza.
Forse è proprio questa la forma contemporanea dell’autore: non chi ripete un segno, ma chi costruisce nel tempo un comportamento riconoscibile.
DI OGNUNO
Dal progetto DI OGNUNO (scopri di più sulla Reception di Ognuno), nato da un’iniziativa di HospitalityRiva in collaborazione con Lombardini22 con Village for all - V4A® Ospitalità Accessibile, nasce un documento digitale che accompagna in un viaggio nel mondo dell’ospitalità accessibile e della progettazione universale nel settore dell’accoglienza, alla ricerca di risposte e soluzioni per la creazione di spazi e servizi che rispondano alle esigenze DI OGNUNO.
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