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Le tendenze del futuro

Il mondo dell'ufficio
14/2/2017
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Redazione
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È abbastanza curioso navigare in Internet e imbattersi in parole come queste. Ma come, sto surfando nel web saldamente agganciato alla mia rete e devo staccare la spina per continuare? E continuare a fare che cosa? Sembra un paradosso… Evidentemente è un chiaro invito ad abbandonare la pagina, alzarmi dalla sedia e fare altro. E invece, magicamente, disattivando il wifi si apre uno strano ibrido di rivista digitale solo offline: “The Disconnect”, un esperimento che combina il ritmo e l'intenzionalità dei “vecchi” supporti di stampa cartacea con l'accessibilità ubiquitaria dei “nuovi” media digitali. Sviluppata da Chris Bolin, ingegnere e software artist di Denver, Colorado, con Master in Computational Engineering al MIT, “The Disconnect” parte da queste semplici premesse:

“Internet è il più grande archivio di informazioni nella storia. Ha un potenziale illimitato di distribuzione della conoscenza, ma ha anche un potenziale illimitato di distrazione. In un certo senso, la pagina che stai leggendo è un esperimento: cosa succederebbe se per accedere ad alcuni contenuti fosse necessario disconnettersi? Cosa accadrebbe se i lettori potessero arrivare proprio al momento più importante di un racconto e riuscissero davvero immergersi nella storia? Già le sento le lamentele: ‘Ma io ci devo essere online, è per lavoro’. Non mi importa. Trova il tempo. Quando sei offline, è quello l’unico posto in cui ti trovi”.

Si potrebbe anche dire: quando sei offline, è quella l’unica esperienza che stai facendo, e te la puoi finalmente assaporare fino in fondo, senza distrazioni (fa anche bene alla salute).

Non è casuale che un’iniziativa come questa sia nata di recente (il primo numero della rivista è del 2018), perché non poteva succedere prima, è il frutto della progressiva e inesorabile saturazione digitale delle nostre vite avvenuta negli ultimi 20 anni. Proprio il 2018, secondo l’economista inglese Thierry Malleret, sembra aver segnato un momento di ribellione: quello di chi, a forza di essere sempre reperibile o dipendente da internet, è arrivato alla consapevolezza di sentirsi più infelice e perfino meno produttivo.

Cos’è successo?

All’inizio del nuovo millennio abbiamo assistito a un primo timido sviluppo delle potenzialità delle piattaforme online e ai primi benefici di interconnessione che Internet metteva a disposizione. Per la prima volta il mondo diventava accessibile a chiunque fosse dotato di un accesso alla rete. Le distanze e le barriere, anche culturali, andavano così piano piano a sciogliersi.

Nel decennio successivo il digitale ha preso totalmente il sopravvento fino all’assoluto dominio dei social network nelle modalità comportamentali e nelle relazioni umane.

Quando è stata l’ultima volta che siamo usciti lasciando il cellulare a casa o abbiamo consciamente deciso di spegnere il nostro smartphone?

L'ultima volta che non abbiamo guardato Facebook per una settimana, l’email per alcuni giorni o Instagram per alcune ore? È difficile. Possiamo affermare che la maggioranza di noi è oggi affetta da nomofobia (no mobile fobia), ovvero la paura di essere disconnessi e quindi virtualmente isolati, il che può rappresentare un incubo.

D’altra parte il rischio di isolamento non è escluso nemmeno quando rimaniamo connessi a oltranza, soprattutto da quando i cosiddetti “social network” (concetto che si riferisce a un’idea di comunità) si sono trasformati sostanzialmente in “social media” e cioè, secondo Geert Lovink, fondatore e direttore dell’Institute of Network Cultures, “la realtà digitale delle moltitudini connesse”. In questa forma la priorità non è la dimensione della comunità organizzata, ma un modello centrato sullo user-profile dove la principale, se non unica, categoria di riferimento è il cliente individuale.

Succede allora che una crescente sensibilità riguardo agli effetti distorti del nostro essere online 24/7 stia prendendo piede.

Ultimamente stiamo assistendo a un cambiamento di rotta, si parla sempre più di Tech-addiction in modo simile alla presa di coscienza della dipendenza da fumo, dove a un’iniziale riluttanza dei cittadini si è arrivati, anno dopo anno, a un pieno riconoscimento dei suoi dannosi effetti sulla salute. Molte persone reagiscono a questa realtà e alle notevoli ripercussioni che essa esercita sul benessere psico-fisico “disconnettendosi” attraverso una pratica di Digital Detox.

Durante l’ultimo Global Wellness Summit, tenutosi a Cesena, numerosi tra gli esperti intervenuti si sono espressi favorevolmente sull’ascesa del nuovo sviluppo dell’offline. Non si tratta di un effetto nostalgia, o almeno non solo, perché dietro questa tecnofobia si nasconde molto di più.

È un nuovo trend, anche teorizzato dal futurologo Gerd Leonhard, il quale sostiene che essere offline sia il nuovo lusso.

E il mondo del lusso sta rispondendo.

Questa volontà di ritorno al passato è stata prontamente intercettata dalla quasi totalità dei luxury brand, dal fashion agli orologi, dai gioielli agli yacht. Essi hanno captato questa inversione di rotta adattando le strategie di marketing e tornando a investire nell’esclusività dell’esperienza hic et nunc, dove molta evidenza è data agli eventi reali, magari comunicati tramite posta (quasi come una missiva d’amore), spesso in location scenografiche, in cui regalare un momento davvero privilegiato.

Oggi il vero lusso non si esprime più nel resort che permette di essere connessi ovunque e più velocemente possibile. Al contrario, la vacanza esclusiva è diventata quella che offre soprattutto tempo “off” e cure per digital addicted. E non è una strategia particolarmente rivolta alle vecchie generazioni, come si potrebbe pensare, perché paradossalmente sono proprio i Millennials, i nati tra il 1980 e il 2000, a rivelarsi i più tecnofobici: la percentuale di coloro che, anche in vacanza, era sempre online è passata dal 68% al 38% in un solo anno.

All’Ayana Resort and Spa di Bali, una delle più esclusive strutture dell’oceano Indiano, non è consentito agli ospiti l’accesso alla river pool con smartphones o e-readers. Nella SPA del Mandarin Oriental di New York sono vietati i dispositivi tecnologici e si può richiedere, anche qui, una stanza non dotata di connessione wifi. Un esempio più integralista è il Grand Hotel Kronenhof, a Pontresina in Svizzera, che mette a disposizione dei propri ospiti un long-weekend di totale astinenza tecnologica, dove ogni device viene bandito così come la tv in camera (se richiesto), in favore di lunghe passeggiate e lezioni di yoga e pilates.  

E ancora. L’hotel Bellora di Göteborg, in Svezia, mette a disposizione la Check Out Suite dove i visitatori possono pernottare gratuitamente ma solo mantenendosi lontani dai propri social network. L’effettivo utilizzo dei dati del proprio smartphone è calcolato dalla rete Wi-FI collegata a una speciale lampada chiamata Skärmfri (letteralmente screen-free), la cui luce bianca vira gradualmente al rosso di pari passo con l'utilizzo dei dati. Dopo 30 minuti di navigazione, al raggiungimento di un colore rosso intenso, l'ospite capirà di dover pagare la stanza a prezzo pieno. In Italia, nel monastero ristrutturato dell’Eremito, vicino a Orvieto, si propongono pacchetti silenzio, wi-fi free, sale illuminate da candele e “ritiri benessere” di 50 ore.

Dunque le forme del lusso sono sempre più degli ambiti di esclusività nello spazio e nel tempo, del “qui ed ora” dove concedersi il piacere di una ritrovata lentezza: protetta dai click, inaccessibile alle distrazioni veloci di una connettività pervasiva. E in un mondo che viaggia alla velocità della luce, cosa c’è di più esclusivo del rallentamento del tempo?

Il mondo dell’hospitality si sta evolvendo per rispondere a questa nuova esigenza di disconnessione, e vedremo come i futuri sviluppi di questo trend influenzeranno lo spazio, la sua percezione e la guest experience alberghiera. Per continuare, però, devi disconnetterti.

February 14, 2017
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