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Cooperare per una città elastica

The City We Have in Mind #2
22/7/2020
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“Penso, molto semplicemente, che l’acqua sia l’immagine del tempo”, scrive Iosif Brodskij in un libro straordinario sulla città di Venezia*. 

Agli occhi di Brodskij, Venezia è una città in cui lo spazio e il tempo sembrano vivere un’esplicita e singolare reciprocità: “Il pizzo verticale delle facciate veneziane è il più bel disegno che il tempo-alias-acqua abbia lasciato sulla terraferma, […] esiste indubbiamente una corrispondenza tra la natura rettangolare delle forme di quel pizzo – ossia gli edifici veneziani – e l’anarchia dell’acqua, che disdegna la nozione di forma. È come se lo spazio, consapevole della propria inferiorità rispetto al tempo, gli rispondesse con l’unica proprietà che il tempo non possiede: con la bellezza”.

Se c’è un fenomeno che ha restituito allo spazio un valore speciale rispetto al tempo, rovesciando quella gerarchia, è il Covid-19.

Lo spazio, per noi urbanizzati, significa sostanzialmente città, e le città hanno vissuto, e stanno vivendo ancora, un momento davvero conturbante e spesso drammatico nei meccanismi di gestione (e negazione) dello spazio cui sono state sottoposte. Lo spazio (e la sua “bellezza”, non solo la sua quantità) è un valore che la pandemia ha riportato in primo piano per tutti. L’immagine che Brodskij ci dà di Venezia, la cui bellezza è costantemente mossa dall’acqua (dal tempo), è quella di uno spazio non cristallizzato in un “canone” ma di un campo fluido e instabile, attraversato da flussi percettivi dinamici. Per questo è una buona metafora con cui introdurre THE CITY WE HAVE IN MIND #2 – secondo di una serie di incontri digitali organizzati da Davide Ruzzon, direttore TUNED/Lombardini22, e promossi da Lombardini22 e Conscious Cities – poiché il tema della fluidità, dell’adattabilità, della flessibilità dello spazio ha attraversato il dibattito.

Introdotto da Adolfo Suarez e Davide Ruzzon e moderato da Colin Ellard, THE CITY WE HAVE IN MIND #2 ha avuto luogo (per così dire) il 16 luglio 2020 con la partecipazione di un ricco panel multidisciplinare e si è aperto con una breve ma intensa intervista a un ospite d’eccezione: Richard Sennett.

Ed è proprio Sennett a porre l’accento su una questione cruciale per qualsiasi riflessione sulla città post-pandemica: la necessità di non cedere ai possibili effetti generalizzanti del Covid.

“Ciò che mi preoccupa, in termini di pianificazione urbana, sono le conseguenze di lunga durata che questa crisi può produrre”,

ovvero il rischio di irrigidire il modo in cui viviamo lo spazio urbano in griglie di regole deterministiche che vedono nella chiusura, nel controllo, nel distanziamento reciproco le forme privilegiate per gestire la densità e vivere in “sicurezza”. Ciò non può che determinare un incremento delle disuguaglianze sociali:

“È necessario trovare dei modi per riconfigurare la densità, mantenere le città più aperte ed elastiche e dare risposte flessibili anche alle emergenze”.

Quindi pensare, progettare e vivere le nostre città in un modo diverso:

“Il modo in cui le persone vivono le città è già abbastanza distruttivo. Pensiamo solo alle ‘gated community, la forma di housing oggi più popolare nel mondo…”

Il quadro teorico su cui Sennett fonda la propria visione è noto: Open Urbanism (o anche “urbanistica tattica”), approccio non top-down alla pianificazione, critica alla “smart city” come dispositivo di controllo, passaggio “dall’high-tech a un uso sociale della tecnologia”; in generale un’idea urbana incompleta, non sovradeterminata nelle sue funzioni ma con spazi flessibili dove “le persone possano cooperare per creare una città aperta, un luogo dove non c’è un ordine dominante che prescrive dove vivere e cosa fare”.

Quindi, di nuovo, uno spazio non cristallizzato in un “canone” (estetico, tecnologico, organizzativo…) ma un campo fluido, instabile, poroso.

*[1] IosifBrodskij Fondamenta degli incurabili, Adelphi, 1989

Scarica il Position Paper qui

July 22, 2020
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